Le mani. Dita lunghe, più lunghe di quel che ci si aspetterebbe. In fondo sei snella, minuta. Eppure. Affusolate. Polpastrelli larghi e piatti. Le unghie corte, curate, colorate. Ogni giorno un colore diverso. Colori densi, saturi, mai brillanti. Viola, bordeaux, verde. Mai una pellicina fuori posto, mai una screpolatura. Ogni tanto un graffio, quando il gatto ti prendeva di sorpresa. Non potevo non guardarle. Ti ci coprivi spesso il viso, non capivo cosa avessi da nascondere. Timida non eri. Forse lo facevi per far risaltare i tuoi occhi sfrontati, penetranti, maliziosi. Forse era tutta una tattica affinata in anni di battaglie, esperienze, dialoghi. Ti coprivi la bocca e il naso, mi mostravi il palmo. Bianchissimo. Le linee quasi impercettibili, forse ancora da scrivere. Nascondevi spesso una risata, magari una linguaccia, chi può dirlo. Non l’ho mai saputo. Quando parlavi però le spostavi sempre. Un’esplosione di denti bianchi come una strobo in discoteca. Quel momento in cui la luce spara e tutti per un attimo sembrano immobilizzati. Io mi immobilizzavo tutte le volte. In attesa delle tue parole. Ti facevi seria. Non seria-arrabbiata, o seria-triste, solo seria. Poco importa che fossimo nudi a letto, che avessimo giocato tutto il pomeriggio, che ci fossimo annusati, assaporati, mangiati. Non sapevo mai cosa sarebbe uscito dalla tua bocca. In quell’istante mi veniva sempre da pensare come il colore del tuo smalto ti vestisse alla perfezione, come non avessi bisogno di nient’altro per coprirti.