martedì 24 aprile 2012

La storia di Gennarino

Questa è una storia vera. Ma anche non lo fosse, è comunque vero che è una storia.
Per essere poi una bella storia, ha bisogno di un protagonista che spicchi e che conquisti il lettore grazie alle sue qualità.
È necessario stabilire pure il punto di vista, decidere chi debba assumersi la grande responsabilità di narrare gli eventi per come si sono svolti, o per come avrebbero potuto svolgersi.
A questo punto mancano solo ambientazione geografica e temporale, e un tocco di contesto sociale, per mettersi a scrivere.

Panoramica a stringere, partendo da una selva di tetti fino a planare a volo d'uccello su una via della città. La città in questione è Bologna, la via Via del Borgo di San Pietro. Per una volta non possiamo omettere dei riferimenti precisi, perchè questa è una storia particolare, anzi una storia in particolare.
Il narratore sono io, Emanuele Rosso, nato a Udine il 13 gennaio 1982, e per quanto questa affermazione dovrebbe conferire valore di verità al tutto, non dimenticate che sono solo una funzione del testo, reale quanto sono reali queste parole, inventate, anzi combinate insieme, dall'autore materiale del racconto, che poi voi leggete e interpretate secondo la vostra sensibilità.
Il protagonista invece si chiama Gennarino, meglio noto come Gennarino Penna d'oro, meglio noto ancora come il barbone (anche se la barba non ce l'ha) che staziona spesso sotto uno dei portici della via da cui eravamo partiti.

Non so se questa è una di quelle storie che partendo da un caso unico, piccolo, acquisisce spessore universale, so però che potrebbe dire qualcosa tanto a chi già conosce Gennarino, quanto a chi ne ignorava fino ad adesso l'esistenza. Non è scontato che i primi siano tutti residenti a Bologna, considerando che al momento in cui scrivo Gennarino Penna d'oro ha 3692 fan su Facebook. Egli sosteneva, e probabilmente sostiene ancora, fossero più di 3800, ma in quell'occasione io non potevo saperlo, e comunque sto precorrendo i tempi della narrazione.

Torniamo alla nostra panoramica, che ora si è stretta fino a diventare un campo medio, una prospettiva centrale che inquadra a sinistra le vetrine degli uffici e dei negozi che si affacciano sulla via, e a destra il ritmo regolare delle colonne del porticato. In primo piano Gennarino, seduto sullo scalino che innalza uno di questi uffici sfitti dal livello del marciapiede, sullo sfondo una figura che avanza velocemente verso la nostra macchina da presa virtuale.

La figura in questione sono io. Non è la prima volta che vedo Gennarino da queste parti, so già pure come si chiama, avendolo sentito richiamare da qualcuno sempre in questa zona, ma non posso dire di aver avuto contatti diretti con lui. Mentre gli passo di fronte bofonchia qualcosa, credo voglia qualche spicciolo o una sigaretta, ha un timbro di voce basso, molto rauco, come se gli avessero grattato le corde vocali con una carta vetrata spessa. Altre volte gli sono passato di fronte, gettando un occhio ma ignorando eventuali richieste, ma non questa volta. Sarà che sono meno di fretta del solito, sarà che sono di buon umore, saranno le congiunture astrali, fatto sta che mi fermo. Mentre cerco il portafogli nella borsa Gennarino inizia a parlarmi, io sollevo lo sguardo su di lui e a quel punto l'aspetto economico non ha più molta importanza.

Gennarino ogni tanto interrompe i suoi discorsi per bere del vino che si versa da una bottiglia senza etichette che ha al proprio fianco, aggiunge costantemente vino su vino, senza mai lasciare il bicchiere di plastica vuoto. Allunga anche il vino con acqua, e questo mi fa sorridere pensando allo spritz tanto comune nelle mie terre d'origine. Salvo che poi ci tiene a precisare, come leggendomi nel pensiero, che non di acqua si tratta, ma di gin. Resto in piedi di fronte a lui, e questo mi fa sentire a disagio, sembra che io mi attribuisca una qualche forma di superiorità, ma l'idea di sedermi al suo fianco o per terra in mezzo al marciapiede non mi piace neppure. Insomma sto lì, curvo in avanti, un po' imbarazzato ma concentrato sulle sue parole.

Non sapevo che il suo soprannome fosse "Penna d'oro" e questa è una delle prime cose che mi dice. Mi dice di andare a controllare su Facebook se non gli credo. Ha 3800 fan su Facebook. Chissà chi gliel'ha aperta, la pagina, e chi la gestisce. Chissà se ogni tanto qualcuno gli fa vedere gli aggiornamenti tramite uno smartphone, passando di lì, o raccoglie le sue dichiarazioni da poter poi postare sul social network. Ho paura che lo malinterpretino, che la tendenza a fare di una persona un personaggio finisca per schiacciare l'umanità costruita in anni di chissà quali esperienze.

Gennarino è un fiume in piena, ha voglia di parlare, o forse come tutti ha bisogno di sapere che c'è qualcuno che lo ascolta. "Penna d'oro" perchè è un poeta, anzi, un autore di canzoni, ne ha composte ben sei, e sta lavorando alla settima. Poi ci mette dodici giorni a impararla a memoria. Così dice. Mi stupisce che abbia stabilito in modo incontrovertibile il tempo necessario a fissarla in mente, e che sia un tempo diverso, separato da quello della composizione. Me ne recita un paio, una è questa:

Sei più bella te che il mare
Gioia mia sta piovendo
quanto è bella l'Innocenza

In un minuto mi innamorai
in un secondo guardai il mare
ad un tratto l'incontrai
io davvero m'innamorai

Sei più bella te che un gelato a fragola
non ci furono lacrime
in quel bel mare

Che bel inverno
in quella bella pioggia
che bel sciampo in quelle belle lacrime.
Lei non mi amò in quel peccato.

Ma come mi amò in quelle belle lacrime


Non avrei mai potuto ricordarla, ma la ritrovo dopo sulla sua pagina, insieme a tutte le altre, e sono ben più di sei. Chissà perchè, pur essendo così preciso sull'argomento, a me ha fornito un'informazione diversa. Che ce ne siano di apocrife? Incomplete? Bozze? Quali saranno le sei ufficiali? Gennarino le recita tutte con la stessa intonazione, e la stessa cadenza, come se per la propria scrittura avesse scelto un metro unico su cui declinare le frasi, dopo aver fatto un attimo di pausa per aprile il file giusto, e forse anche per creare la giusta attesa. Non so se in quel momento sia ubriaco, ma credo che non faccia differenza, quelle canzoni fanno parte di lui come un braccio, e come l'alcol stesso.

Tra una canzone e l'altra Gennarino fa balenare visioni del proprio passato, e quasi riesco a vederlo ragazzino, per le vie della città vecchia a Palermo, correre per casa mentre si prende gioco del padre che lo insegue barcollante per dargliele. La mamma osserva impotente la scena, e alza gli occhi al cielo recitando una preghiera tra le labbra. Il padre, col fiato che sa di vino, blocca il ragazzino in un angolo e gli allunga due ceffoni, per poi uscire incarognito dall'abitazione e raggiungere gli amici al bar sotto casa. Gennarino ora piange aggrappandosi alla gonna della madre, chiedendosi come mai il padre ritorni tra le mura domestiche sempre in quelle condizioni. A riportarlo per iscritto suona come uno scenario neorealista posticcio, ma attraverso gli occhi tristi e infossati di Gennarino riguadagna la propria indiscutibile verità. Non c'è rabbia o rancore in quegli occhi, solo nostalgia di un tempo passato che ora si è perso, un tempo in cui l'essere grandi era una questione ancora a mille anni luce di distanza.

5 commenti:

  1. Da mesi non staziona più in via del Borgo di San Pietro.... io lavoro lì. So che l'hanno fatto spostare. Poi è tornato e ora è andato altrove di nuovo. Sembra strano, ma ci penso spesso e mi chiedo come sta. Grazie per questo bellissimo post. Davvero.

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    1. Grazie a te per aver commentato, in qualunque modo tu abbia trovato questo post. :)

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