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mercoledì 16 luglio 2014

Latte a lunga conservazione

Aveva tanto aspettato l’estate, e l’estate era finalmente arrivata. Solo che ora che era arrivata, si era reso conto di non volerla già più, di volersi teletrasportare immediatamente a settembre, quando le cose riprendono il proprio moto e non bisogna fare altro che lasciarsi trasportare dal flusso. Da giorni era alle prese con un’ansia indicibile che gli opprimeva il petto, rendendogli complicato ogni respiro. Avrebbe voluto che qualcosa o qualcuno lo salvasse, mostrandogli una via di fuga, ma non sembrava esserci alcunché all’orizzonte, un orizzonte che si faceva ogni ora più stretto, impedendogli di vedere, di muoversi, di fare anche solo un singolo passo. Era prigioniero della torre, o forse meglio dire del tunnel, che si era costruito con le proprie mani.

“Mandami solo un sms e io sarò salvato”, continuava a ripetersi come un mantra, ma il messaggio non arrivava. Forse avrebbe dovuto mandarne uno lui per primo, ma in questo momento un rifiuto o un’assenza di risposta sarebbero stati letali, lo sentiva. Cosa voleva? Cosa desiderava di preciso? Non lo sapeva bene neanche lui, magari semplicemente di non essere solo, o di avere un obiettivo da raggiungere. Poca roba, insomma. Intanto annaspava nel suo mare d’ansia, che poi non era nulla di più di un laghetto di montagna, lo sapeva benissimo, ma non è che saperlo cambiasse la situazione, e si teneva occupato con mille piccole faccende quotidiane. Casa non era mai stata così pulita, e la dispensa così piena.

domenica 29 giugno 2014

La passeggiata dei fantasmi

Ho comprato un paio di occhiali nuovi. Ora ci vedo meglio. Quelli vecchi erano consumati e graffiati, mi sembrava di essere immerso in una perenne nebbiolina. È strano abbandonare un vecchio paio di occhiali, per quanto con le lenti graffiate e le asticelle corrose dal sudore. Ogni occhiale ha la sua storia. È molto raro che gli occhiali te li vai a comprare da solo, c’è sempre bisogno di un consulto per un acquisto così delicato, che ti segnerà la faccia per almeno un paio d’anni. In questo caso ne sono passati ben cinque, ma stavolta ho osato (per quanto si possa osare passando da una montatura nera a marrone scuro o viceversa, da una appena un po’ più squadrata a una appena un po’ più tondeggiante), e non mi sono fatto accompagnare da nessuno. Che ne è stato del precedente accompagnatore? È una storia, anzi un’altra storia. Non ne parlerò qua, anzi ora, che tanto lo so che salterà fuori comunque.

domenica 27 aprile 2014

Che smalto indossavi?

Le mani. Dita lunghe, più lunghe di quel che ci si aspetterebbe. In fondo sei snella, minuta. Eppure. Affusolate. Polpastrelli larghi e piatti. Le unghie corte, curate, colorate. Ogni giorno un colore diverso. Colori densi, saturi, mai brillanti. Viola, bordeaux, verde. Mai una pellicina fuori posto, mai una screpolatura. Ogni tanto un graffio, quando il gatto ti prendeva di sorpresa. Non potevo non guardarle. Ti ci coprivi spesso il viso, non capivo cosa avessi da nascondere. Timida non eri. Forse lo facevi per far risaltare i tuoi occhi sfrontati, penetranti, maliziosi. Forse era tutta una tattica affinata in anni di battaglie, esperienze, dialoghi. Ti coprivi la bocca e il naso, mi mostravi il palmo. Bianchissimo. Le linee quasi impercettibili, forse ancora da scrivere. Nascondevi spesso una risata, magari una linguaccia, chi può dirlo. Non l’ho mai saputo. Quando parlavi però le spostavi sempre. Un’esplosione di denti bianchi come una strobo in discoteca. Quel momento in cui la luce spara e tutti per un attimo sembrano immobilizzati. Io mi immobilizzavo tutte le volte. In attesa delle tue parole. Ti facevi seria. Non seria-arrabbiata, o seria-triste, solo seria. Poco importa che fossimo nudi a letto, che avessimo giocato tutto il pomeriggio, che ci fossimo annusati, assaporati, mangiati. Non sapevo mai cosa sarebbe uscito dalla tua bocca. In quell’istante mi veniva sempre da pensare come il colore del tuo smalto ti vestisse alla perfezione, come non avessi bisogno di nient’altro per coprirti.

giovedì 2 gennaio 2014

L'odore

Che odore ha un profumo? Ammesso che abbia senso chiedersi una cosa del genere. Perché poi come facciamo a ricordarceli, gli odori? O i profumi. A te piace chiamarli odori. È che la parola odore sembra portarsi dietro una sfumatura negativa, come se gli odori fossero sempre cattivi odori. Sarà anche il suono, la d, la r, breve e non accomodante, piatto, da pronunciarsi quasi a bocca chiusa. Profumo invece sa di profumo, finto, artificiale, creato, ma non secreto, dall’uomo. I nostri corpi producono odori, non profumi.

Ti sei svegliato con il suo odore ancora sulla mano. È vero, forse era l’odore di un profumo, lo shampoo probabilmente, ma per te era il suo. L’odore. Forse è solo il tuo tentativo di riabilitare l’uso della parola, che poi probabilmente non è mai stata “disabilitata” da nessuno.

Ci pensi adesso che l’odore è evaporato, e provi a venirne a capo, ma l’unica cosa che riesci chiaramente a ricordare sei tu che ricordi l’odore. Le immagini rimangono, magari sfumate o vignettate come nelle foto d’epoca, stessa cosa dicasi per i suoni, ma quando parliamo di olfatto si fa tutto più incasinato. Era un odore buono, ok. Era dolce. Di sicuro femminile. E delicato. Ma poi? Nello specifico? Mancano parole.

Era l’odore di un bacio. Se parlassimo di sapore, sarebbe quello di due salive impastate di alcolici e nicotina, ma non conta. Tempo dieci minuti e avrebbe già lasciato il posto a nuova saliva senza memoria e senza sentimenti.

lunedì 2 luglio 2012

Il finale è a sorpresa

Giulia si stava annoiando. No, "si stava annoiando" forse non era l'espressione giusta. A vederla lì, seduta sul letto, in maglietta e mutandine, col ventilatore sparato in faccia e col portatile ormai bollente appoggiato sulle lenzuola di fronte a lei, certo avrebbe potuto sembrare in preda all'uggia. Giulia stava immobile, anche il respiro era rallentato nel tentativo di sudare il meno possibile. Per combattere doveva non combattere. Non sempre però riusciva a trattenersi dallo sbuffare. Le gocce di sudore erano il suo nemico numero uno. Piuttosto sembrava ipnotizzata da se stessa. Mentre fuori di lei il caldo parlava, la avvolgeva, riempiva ogni centimetro cubo di spazio, incancrenendosi nelle piccole intercapedini tra la pelle e gli indumenti che aveva indosso, dentro un guazzabuglio di pensieri si agitava in maniera scomposto, e la agitava. Le stava sudando il cervello, ecco cos'era che sudava e non poteva farci nulla, quasi riusciva a percepire le goccioline che scendevano lungo la corteccia cerebrale. La maionese impazzita. Non sapeva neanche cosa fosse davvero, o come potesse impazzire la maionese, ma le pareva che quel modo di dire sentito chissà dove descrivesse perfettamente lo stato delle cose al momento.

La sera prima aveva fatto un danno. O forse no? Non lo sapeva. Era questo il punto. Non lo sapeva. E non c'era modo di saperlo.

venerdì 29 giugno 2012

Il reato più grave

- Calma, calma. Ricapitoliamo.
- Come, ricapitoliamo? Ancora?
- Ricapitoliamo. Lei è qui per...?
- Denuncia! Sporgere denuncia!
- Stia calmo. Una parola alla volta.
- Ma è già la terza volta che-
- Bisogna seguire la procedura. Devo verbalizzare.
- Ma non poteva farlo subito?
- Una parola alla volta. Con calma. La tastiera ha i tasti piccoli.
- Sì, ma...
- Con calma.
- Ok.
- Bene. Il qui presente...
- Ramirez. Tuco Ramirez.
- Nazionalità?
- Italiana. Sono italiano. Non si faccia confondere dal nome.
- Bene. Lunedì 2 luglio. Ore... 11.34. Il qui presente Tuco Ramirez, di nazionalità italiana, è qui per...
- Sporgere denuncia.
- Sporgere denuncia contro...?
- Eh, non lo so, non conosco il nome. Magari. Anzi, sono qui proprio per-
- Sporgere denuncia contro ignoti.
- Ecco, voi non potete, per caso? Il nome? Il numero di telefono?
- Si attenga ai fatti.
- Ok.

domenica 24 giugno 2012

Il bandolo della matassa

Strano come nella fine, alla fine, tutto riacquisisca senso, assuma il proprio significato, o almeno dovrebbe. È che la fine non la comprendiamo mai, di sicuro non la nostra, di sicuro non subito, sennò tutto sarebbe più chiaro. Spesso neppure c'è, una fine, o se c'è la neghiamo, insomma è un casino bello e buono, fili annodati, trame sfilacciate, matasse senza bandolo, chi ci capisce qualcosa? Ho pure cercato bandolo su internet, proprio adesso, è una bella parola bandolo. Suona bene, riempie la bocca, rimbalza tra denti, labbra e alveoli. Vorrei dire di più ma non ricordo quasi nulla dell'esame di fondamenti di linguistica. Occlusive e fricative, ecco, giusto quelle. E comunque ero curioso dell'etimo della mia nuova parola preferita. Bandolo è il diminutivo di banda, di striscia, e allude al legame. In pratica la parola che sta a significare l'inizio, o la fine, di una matassa di filo è figlia del filo stesso, è proprio un piccolo filo, che però non lega niente, anzi interrompe. Mi sembra che potrebbe esserci dietro qualcosa di metaforico, di profondo, ma mi sa che è troppo complicato da spiegare, e poi io volevo parlare d'altro, e poi dai, avete capito.

Luigi l'avevo conosciuto per via del suo lavoro, cioè non proprio conosciuto, anche il nome lo venni a sapere solo dopo, leggendo il giornale. Forse ci eravamo anche presentati, ma io alle presentazioni faccio schifo, sti benedetti nomi non li ricordo mai, come tutti, tutti troppo impegnati a dire il proprio per ricordarsi quello altrui. Che sia una metafora, un sintomo anche questo?
Luigi lavorava in banca, allo sportello, e mi era stato antipatico dal primo istante.

lunedì 11 giugno 2012

Calamite, ascensori, e la fine del mondo

Era la fine del mondo. No, non in senso figurato. Era la fine del mondo sul serio. Tra un paio d'ore, minuto più minuto meno (non che avesse ormai molta importanza), un asteroide si sarebbe schiantato sulla Terra, in un'area compresa tra il Nord Africa e il mare Mediterraneo, secondo quanto calcolato dai principali osservatori astronomici mondiali.

La scoperta del corpo celeste di prossima collisione col nostro pianeta era merito, o forse sarebbe stato meglio dire colpa, di un solitario osservatore, un anziano austriaco appassionato di astronomia, che fino a quel momento si divertiva a passare le nottate estive a osservare il cielo col proprio telescopio, forse per evitare i continui rimbrotti della moglie, una donna che non amava più da anni. L'anziano si era fatto beffe di numerosi osservatori sparsi per l'Europa, individuando un punto luminoso inedito nella mappa stellare. A questo punto sarebbe il caso di specificare che, per quanto decenni di film di fantascienza ci abbiano lasciato credere che il cielo intorno a noi sia perennemente sotto osservazione, la realtà è molto più inquietante: la porzione di universo che riusciamo a controllare con i nostri mezzi tecnologici è davvero limitata, e non stupisce più di tanto che un solitario "amatore", dotato di pazienza e anche di molta fortuna, abbia scovato ciò che decine di telescopi di ultima generazione non sono stati in grado di vedere. Non possiamo in questa sede rendere conto prima delle reazioni dell'austriaco, e poi della difficoltà nel contattare qualche eminenza del campo scientifico disposta a credergli, fatto sta che nel giro di qualche ora i telescopi erano stati riallineati, si erano susseguite febbrili riunioni e teleconferenze tra esperti (dove, per una volta, erano state messi da parte antipatie e dogmi scientifici contrapposti), ed erano infine stati contattati i governanti dei principali stati del mondo. Le conclusioni degli esperti non lasciavano molto spazio all'interpretazione: fra quarantotto ore si sarebbe verificato l'impatto, e niente poteva impedirlo.

martedì 5 giugno 2012

Non è mai il momento giusto per un primo bacio

- Dai, allora ci beviamo una birra?
- ...
- Facciamo stasera in piazzetta?
- Mmm... Può essere che ci passi.
- Eddai, non farti pregare. Io arrivo per le nove e qualcosa, massimo le dieci. Mi trovi lì, comunque.
- Va bene, se ce la faccio a liberarmi prometto che passo.
- Io ti aspetto.

***

Ore: Prima delle nove - Luogo: Piazzetta

Grande. L'ho convinta, alla fine. Certo che è una difficile. Forse potevo chiederglielo in maniera più esplicita prima. Ma se mi avesse risposto di no? Non avrei avuto appelli. Quante volte ci ho parlato fino ad adesso. Perchè ci riescono tutti in metà del tempo che ci metto io? Si fa sempre un po' i cazzi suoi, non so mai a cosa pensa davvero. È simpatica però. Non direi che è una figa di legno. E comunque non è mai stato facile. C'è mai stata una volta in cui ti fosse sembrato facile? Mai. Le birrette ce le ho. Lubrifichiamo la conversazione all'inizio. Poi qua dietro c'è anche il pakistano d'emergenza. Dio, quanto mi piace sta piazza. I ciuffi d'erba che spuntano tra il ciottolato, i portici alti, è il set di un film americano in trasferta. Sembra fatta apposta per questi incontri. Per fortuna non ci sono coppiette. Sai l'imbarazzo sennò? Vabbè che poi lo sa perchè l'ho invitata. Lo sa? Chissà di cosa sa la sua bocca. Non pensarci non pensarci non pensarci. Speriamo arrivi presto. Apriamoci una birra nell'attesa. Sennò sembra che la stia aspettando. Ma quando arriva?

domenica 3 giugno 2012

Un'intrusione fumettistica (più o meno)


Non è una cosa che potrà essere letta in trasmissione, o che c'entri strettamente con "Questa è l'acqua", però sempre di David Foster Wallace si parla.

David Foster Wallace's Roger Federer as religious experience as religious experience è un po' un fumetto, un po' un racconto illustrato, un po' un saggio, un po' un articolo, un po' un piccolo episodio autobiografico, un po' un omaggio, ma soprattutto un atto d'amore verso Wallace e verso Roger Federer.

Lo potete leggere (in inglese) e scaricare QUA.

Ogni commento è ben accetto.

Enjoy!

lunedì 28 maggio 2012

Le tette di Proust

Neanche il tempo di inserire la scheda e accenderlo. Neanche il tempo e senti già il bip-bip di un messaggio. Sei stato tagliato fuori dal mondo della comunicazione mobile per quarantotto ore, da quando l'acquazzone ti ha sorpreso in bici e niente si è salvato, tantomeno il vecchio cellulare che tra alti e bassi ti accompagnava da ormai cinque anni. Non è neppure un sms, ma un mms! Il tuo primo mms. Questo cellulare li può ricevere, ha pure lo schermo a colori. Non è proprio uno smartphone, ma questo era tutto quello che potevi, viste le tue attuali condizioni finanziarie. È vero, esistono le rate, ma le rate sono per quelli che credono nel futuro. Ti hanno mandato una foto, ma pensa te. Le foto sul telefono, già pensarci dieci anni fa era una roba assurda. Il numero non ti pare di riconoscerlo. Ma poi chi li sa più i numeri? A malapena il proprio. Ah, giusto, perchè hai perso tutti i numeri in rubrica. Oltre ai vecchi messaggi, ma quelli vabbè. Vabbè, vabbè un corno, ma cosa puoi farci? Pietra sopra. Amen. Tabula rasa, una nuova verginità telefonica. Visualizzi la foto. Tette. Sono delle tette.

lunedì 21 maggio 2012

Là dove dobbiamo essere

"Gran bella fotografia, e che regia..." - pensava Francesco, di ritorno dal cinema - "Sì, ma quando si dice così è quasi sempre perchè il film ti ha fatto cagare, o comunque la storia non ti ha preso". La strada era sempre la stessa. Come ogni buon camminatore, Francesco aveva sviluppato i propri percorsi specifici che collegavano casa a tutti i punti sensibili della città, tagliando le vie principali del centro e sfruttando ogni piccola scorciatoia possibile. Quasi si emozionava quando scopriva una nuova strada e poteva sviluppare un tragitto alternativo ancora più efficace. "Ma a me, sto film è piaciuto o no? Bah, in parte..." - il grosso problema di Francesco è che non riusciva mai a bocciare un film che fosse uno, perchè in fondo ci trovava sempre qualcosa che potesse essere salvato, anche fosse solo un piccolo spunto che gli permettesse di macinare pensieri - "lei era monodimensionale, non ci credo che le femmine ragionino così. Però lui, quel conflitto tra dovere e piacere, quel debole per la carne che non riusciva a tenere a freno, nonostante tutto...". Insomma ci stava pensando sopra, e quindi gli era piaciuto, alla fine gli piacevano sempre. Faceva fresco quella notte, la primavera non ne voleva sapere di sbocciare. Sarà stato per quello, o perchè da camminatore temerario e amante della bella stagione sfoggiava già il pantalone corto d'ordinanza, o forse perchè, diciamola tutta, durante la visione del suddetto film si era scolato mezzo litro di Pepsi, che si rese conto di non riuscire più a trattenere la pipì.

martedì 15 maggio 2012

Il perchè non lo sa neppure Elvis

- E quindi le ho scritto di nuovo io. Però cazzo mi sono rotto.
- A-ah.
- Cioè è chiaro che mi interessa.
- Eh beh.
- E poi dicono la parità dei sessi al giorno d'oggi. Ma ti pare...?
- Sì.
- Ma mi stai ascoltando?
- Giusto. Ah, sì, no, è che la vedi quella tipa là che-
- Oh! Oh, ma l'hai visto quello?!
- Quello chi?
- Quello, il tizio, il vecchio che si è fiondato nella cabina!
- Ma cosa stai dicendo?
- Dai, la cabina telefonica dall'altra parte della strada! Laggiù!
- Esistono ancora persona senza cellulare, eh.
- Ma no, ma cosa c'entra! Si è proprio fiondato, si.. Si è lanciato dentro, come se dovesse proteggersi da un'esplosione nucleare!
- No, comunque no, non l'ho visto, ti stavo dicendo di quella tipa là, la vedi che-
- Andiamo a vedere!
- Ma sei scemo? A vedere cosa?!
- Attraversiamo, e passiamo davanti alla cabina! Voglio dare un occhio.
- O mio dio. Un occhio a cosa?
- Dai, cosa ti costa! Fammi vedere che combina il vecchio.
- Ma starà telefonando, no? Cosa vuoi che faccia uno in una cabina!
- Giuro che era davvero troppo di fretta. C'è qualcosa sotto.
- Tu stai male. Non voglio essere complice di un guardone.
- Allora seguimi e guardami almeno le spalle.
- Sì ma la tipa che-

domenica 6 maggio 2012

Cosa fai quando pensi di non essere visto?

Cosa fanno le persone quando pensano di non essere viste? Quando credono di essere sole, al riparo da occhi indiscreti? Che vizi ci concederemmo se fossimo su un’isola deserta dotata di tutti i comfort?

La ragazza entra in camera, appoggia la borsa ai piedi della scrivania, si toglie la giacchetta che indossa e la lancia sul letto. Poi si ferma un attimo, indecisa sul da farsi. No, non è veramente indecisa, è come se temporeggiasse gustandosi quel momento di attesa. Non è un’attesa fremente, di quelle in cui si batte ripetutamente il piede per terra o si tamburellano le dita sul tavolo, è più un’attesa calma, placida, una sorta di raccoglimento interiore.
Poi si volta verso lo specchio. È uno specchio a muro, grande, privo di cornice, delle dimensioni di una porta, sistemato nel bel mezzo di una parete totalmente bianca, come se non tollerasse altri elementi che possano rubargli la scena, quasi un portale per un altro mondo. L’effetto è amplificato dal fatto che sulla parete opposta, quella sotto cui sono stati posizionati letto e scrivania, è un tripudio di foto, poster, quadri e cartoline pubblicitarie.

Inizia a spogliarsi. Non c’è erotismo nei suoi gesti, o almeno non c’è l’intenzione in lei che li compie. Per chi guarda, per chi avesse la possibilità di farlo, è tutto un altro discorso.
Come faccio a saperlo io? Ma soprattutto, chi sono io? Ve lo spiego dopo.

martedì 24 aprile 2012

La storia di Gennarino

Questa è una storia vera. Ma anche non lo fosse, è comunque vero che è una storia.
Per essere poi una bella storia, ha bisogno di un protagonista che spicchi e che conquisti il lettore grazie alle sue qualità.
È necessario stabilire pure il punto di vista, decidere chi debba assumersi la grande responsabilità di narrare gli eventi per come si sono svolti, o per come avrebbero potuto svolgersi.
A questo punto mancano solo ambientazione geografica e temporale, e un tocco di contesto sociale, per mettersi a scrivere.

Panoramica a stringere, partendo da una selva di tetti fino a planare a volo d'uccello su una via della città. La città in questione è Bologna, la via Via del Borgo di San Pietro. Per una volta non possiamo omettere dei riferimenti precisi, perchè questa è una storia particolare, anzi una storia in particolare.
Il narratore sono io, Emanuele Rosso, nato a Udine il 13 gennaio 1982, e per quanto questa affermazione dovrebbe conferire valore di verità al tutto, non dimenticate che sono solo una funzione del testo, reale quanto sono reali queste parole, inventate, anzi combinate insieme, dall'autore materiale del racconto, che poi voi leggete e interpretate secondo la vostra sensibilità.
Il protagonista invece si chiama Gennarino, meglio noto come Gennarino Penna d'oro, meglio noto ancora come il barbone (anche se la barba non ce l'ha) che staziona spesso sotto uno dei portici della via da cui eravamo partiti.

martedì 17 aprile 2012

E tutto va come deve andare

Era da troppo tempo che Leo mancava da casa. Ogni volta che si faceva strada nello scompartimento tra pendolari e giovani universitari (ma quanto giovani erano diventati? O era lui che stava invecchiando così in fretta?), armato di zaino, borsa a tracolla e borsone, dopo aver salutato la propria città natale, gli sembrava di stare partendo per l'ennesimo Erasmus. E invece si trattava solo di poche ore di treno. Troppo lavoro e pochi soldi (anzi, troppi lavori che messi insieme non avrebbero raggiunto neppure a stento un salario accettabile) fanno di te un recluso, uno di quei condannati ai lavori forzati con la palla di cemento legata alla caviglia, si ripeteva. Non riusciva ancora a capire perchè si facesse sempre incastrare alla stessa maniera. Era giunta l'ora di riprendere possesso del proprio tempo, che poi comunque nessuno te lo pagherà mai abbastanza. Ma non quella volta lì. Quella volta lì sarebbe rientrato per il classico fine settimana volante, estorto con le unghie e con i denti ai propri datori di lavoro, che non avrebbero mancato di farglielo pesare per i prossimi due mesi almeno.

***

domenica 8 aprile 2012

L'uomo che amava le donne tatuate



L'uomo che amava le donne tatuate non era un maniaco, o almeno non si considerava tale.
L'uomo che amava le donne tatuate non le amava da sempre, era più una cosa che gli era cresciuta dentro con gli anni. Anche volendo non avrebbe saputo stabilire una data d'inizio, un evento scatenante.
Forse per questo l'uomo che amava le donne tatuate non si considerava neppure un feticista. I feticisti hanno sempre di mezzo castrazioni, invidie del pene, complessi d'Edipo e d'Elettra, sublimazioni, transfert, Freud, Jung Lacan e compagnia bella. Al massimo un estimatore. All'uomo le donne tatuate piacevano di sicuro molto, ma piacevano e basta. O almeno questo lui avrebbe spiegato se glielo aveste chiesto.

martedì 3 aprile 2012

Fa' la cosa giusta

La ragazza sta seduta storta. Che poi a pensarci non ho mai visto nessuno sul bus che si sedesse come vorrebbero designer e progettisti di sedili per mezzi pubblici, anziani a parte. Ma anche loro mica sempre, eh. Storta del tipo che ha trovato il suo equilibrio appoggiando la testa al vetro e lanciando le gambe di fronte a lei, perpendicolare rispetto all'asse fronte/retro del mezzo. Se lo può permettere per tre motivi: i primi due sono autoevidenti, e i jeans sono troppo attillati per occultarli, il terzo è che al momento l'autobus è in parte vuoto, vuoi il caso, vuoi quell'ora senza padroni poco prima di pranzo.
Vuoi il caso (ancora lui), il posto dietro la ragazza è libero. Mi siedo, e lascio vagare lo sguardo di fronte a me. Cerco di fingere che non la sto guardando. La lascio nel campo periferico e mi fermo un attimo a riflettere se sia possibile osservare qualcosa nel proprio campo periferico, a livello anatomico ma pure linguistico. Sento che mi si contorce il nervo ottico. Mi accorgo solo adesso che non sono l'unico ad avere di questi pensieri e visioni (forse solo le visioni): due posti avanti è seduto un giovane che avrà circa la mia età (giovane insomma), che fa finta di starsene bello comodo quando invece ha assunto una postura davvero contorta pur di mettersi nella condizione di guardare l'oggetto del desiderio che ci divide. Da qualche parte un progettista di sedili si contorce nella tomba, o starnutisce, o gli fischiano le orecchie.

martedì 27 marzo 2012

La parentesi Sasha

Training the brush - Pt.4 - Dove sei?
- Sto arrivando. Tu?
- Sono in ufficio, ti aspetto.

Clic.

Si era sempre chiesto chi avesse incominciato a chiamarlo "l'ufficio". Non era poi così importante, ma pensava che bisognasse rendere merito allo spirito antifrastico insito in questa definizione. L'ufficio non era nient'altro che una piccola enoteca in pieno centro, diventata principale posto di ritrovo per due validissimi motivi: la qualità dei vini (certo, un po' più costosi della media, ma vuoi mettere come migliora la qualità della vita quando una sbronza come si deve non lascia postumi?), e soprattutto la collocazione, in una piccola viuzza per cui transitava chiunque, un po' come quel fiume sulla cui riva dovremmo sederci per veder passare il corpo del nostro peggior nemico, e nel frattempo di tutti gli altri.

domenica 19 febbraio 2012

L'occhio trombino

- Com'è andata?
- ...
- Eddai, non siamo in teatro, puoi anche evitare queste pause a effetto. Allora?
- Boh.
- Cazzo eri così carico... Cos'è successo?
- Pensavo che l'invito fosse chiaro, ma si è incasinato tutto.
- Ma ti aveva fatto intendere che...?
- No. Non mi aveva fatto intendere un bel niente. Però dai, cioè davvero tu non ti fai almeno un po' il viaggio la prima volta che vieni invitato a casa?
- Tu guardi troppi film porno. Che non sono proprio dei miracoli di sceneggiatura neorealistica.
- Mica pensavo a quello! Cioè, sì, magari anche sì, ma non per colpa dei porno. Poteva anche essere solo un romantico limone sul divano. Bacio intenso-pausa-sguardo intenso-pausa-altro bacio.
- Vabbè, e quindi? Perchè devi sempre prenderla così alla larga? Odio. Arriva al punto.